Salita a Dio a partire delle sue vestigia

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Location: Fortaleza, Ceará, Brazil

Wednesday, August 09, 2006

Wednesday, January 04, 2006




IL MONDO CREATO NELL'ASCESA A DIO.



Bibliografia
Bonaventurae, S., Itinerarium mentis in Deum, Opera omnia V, Quaracchi, 1259 – 1260.
Iammarrone, G., "Il posto e la funzione di Gesù Cristo nell'ascesa dell'uomo a Dio", Studi Francescani, 1988, 279 - 327.
Bougerol, J. G., Opere di San Bonaventura.Introduzione Generale, Roma, 1990


Introduzione


La logica del pensiero della filosofia bonaventuriana ci porta a quella logica presente anche nella filosofia agostiniana, vale a dire l'affermazione delle creature, nella totalità dei loro rapporti, come discorso divino. La chiave di lettura del pensiero bonaventuriano è trascendente, la verità viene dall'alto verso basso, verso l'uomo che non è il protagonista di questa ricerca, ma sostenuto da questa verità che si identifica con la Parola di Dio, l'uomo si deve aprire ad aderire alla logica di questa verità. la filosofia pertanto diventa un mezzo viale e funzionale all'accoglienza della verità vista come assoluta.
La sua esperienza francescana gli rende Dio presente del cuore e leggibile nella creazione. La sua visione filosofica lo conduce a risalire dalle vestigia e dalle immagini di Dio verso Dio stesso, come si risale un fiume per scoprirne la sorgente, per poi discendere da Dio una volta raggiunto nell'espressione che ne è il vestigio e l'immagine.
In questo presente lavoro cercheremo di parlare proprio di questo grado di ascesa a Dio che Bonaventura ci propone nel suo Intinerarium mentis in Deum, ossia la salita a Dio per mezzo delle sue orme, le creature. Alla fine della presentazione concluderemo con una valutazione del pensiero di Bonaventura nella realtà del mondo odierno, dove sorgono importanti domande che diventano sfide per il pensiero francescano nella sua origine e per il francescano di oggi.













Capitolo I

Il mondo creato nell'Itinerarium


«Per quanto concerne lo specchio del mondo sensibile, possiamo contemplare Dio non solo per mezzo delle cose, come attraverso delle orme, ma anche nelle stesse cose, in quanto egli è in esse con la sua essenza, potenza e presenza»[1]. Le cose per Bonaventura, in quanto create da Dio, sono considerate orme che ci conducono contemplare il loro Artefice. Il mondo (macrocosmo) penetra nell'uomo (microcosmo) attraverso le porte dei cinque sensi. Questo avviene in tre modi che S. Bonaventura chiama «percezione delle cose sensibili», «diletto» e «giudizio».
«Nel mondo esistono sostanze che generano, sostanze generate e quelle che governano le une e le altre»[2]. Le prime sono corpi semplici e i quattro elementi; le seconde, corpi composti; mentre quelle sostanze che governano le une e le altre sono spirituali. Queste sostanze spirituali possono essere immanenti (le anime) oppure trascendenti[3] (gli spiriti celesti).

1. Potenza Apprensiva: percezione delle cose sensibili
I sensi, quali cinque porte attraverso cui entra la conoscenza di tutte le cose che esistono nel mondo sensibile (i corpi semplici e quelli composti), ci servono per «apprendere» la realtà intorno a noi. «Tutto ciò che si muove è mosso da un altro» e solo alcuni esseri hanno in sé il principio del moto e della quiete. «Siamo guidati alla conoscenza degli agenti spirituali che li (i corpi) muovono, così come attraverso gli effetti si perviene alla conoscenza delle cause». Questa capacità dell'anima che Bonaventura chiama «apprensione» porta dentro dell'anima non le sostanze dei corpi, ma le «similitudini», passando attraverso i sensi esterni[4] per giungere agli interni e da qui alla «potenza apprensiva» dell'anima. «È opportuno anche tener presente che questa ascesa… è una contuitio (contuizione), ovvero una percezione immediata del Creatore per mezzo delle creature, del Significato attraverso il significante»[5].

2. Diletto: la bellezza e bontà di Dio impressa nelle sue creature
Una cosa per essere bella deve essere «proporzionata». all'apprensione di un oggetto proporzionato, segue il piacere. «Il senso si compiace dell'oggetto, percepito attraverso la sua immagine, o per la sua bellezza, come nella vista, o per la sua dolcezza, come nell'olfatto e nell'udito, o per la sua salubrità, come nel gusto e nel tatto»[6]. Ogni diletto è sempre provocato dalla proporzione, quindi presuppone bellezza. È chiaro per Bonaventura La similitudine che ha tra creatura e Creatore. Le dilettevoli cose esteriori per mezzo delle similitudini entrano nell'anima secondo le tre menzionate operazioni.

3. Giudizio: perché del diletto
Dopo aver colto le specie delle cose per mezzo della percezione e del diletto, si arriva a giudicare e dare ragione del «perché del diletto; in quest'atto si ricerca il perché del diletto che l'oggetto provoca nel senso»[7]. Per mezzo di quest'operazione si ricerca il perché «del bello, del soave e del salubre». Secondo l'Itinerarium, questo perché consiste nella proporzione di eguaglianza che rimane immutabile tanto nelle cose grandi come nelle cose piccole, e non passa con le cose transitorie e né può alterarsi con il movimento delle cose. Questo «causa» del bello e del bene, essendo Altro alle cose temporanee e presenti nello spazio – pur immanendo in esse – «è incommutabile, incircoscrittibile, indeterminabile e assolutamente spirituale»[8]. Qui san Bonaventura comincia a sviluppare il suo pensiero a rispetto dell'immanenza del Dio trascendente nelle sue creature; la mente per giudicare ha bisogno di una legge, di un'idea, di una regola che sono in lei ma non da lei, tanto meno nelle e dalle cose sensibili, perché mutevoli. L'uomo, attraverso il giudizio, trova Dio nelle sue orme (le creature), cioè attraverso delle caratteristiche immutabili e oggettive che sono in esse impresse, quale immagine del Dio invisibile e splendore della sua gloria e figura della sua sostanza.

4. Verbo eterno: somma proporzionalità ed eguaglianza col Padre
«Se, dunque, tutte le cose conoscibili hanno il potere di produrre la loro immagine, è chiaro che in esse, come in tanti specchi, possiamo scorgere la generazione eterna del Verbo, immagine e Figlio eternamente emanante da Dio Padre»[9] In lui vi è in sommo grado la bellezza, la soavità e la salubrità, sommamente proporzionale e eguale al generante. San Bonaventura afferma che ogni desidero nell'uomo dimostra la sua ricerca del vero Diletto, cioè desiderio del Dio che è la fonte di ogni bene e di ogni altro diletto. Per mezzo del giudizio noi arriviamo alla conoscenza dell'eterna verità, e questo attraverso la ragione «che astrae dal luogo, dal tempo e dalla mutabilità, e quindi dalla dimensione, dalla successione e dal mutamento»[10] in modo però invariabile, incircoscrivibile e interminabile. Niente e immutabile se non ciò che è eterno, e il solo eterno è Dio o è in Dio. Quindi il nostro giudizio si basa in questa legge: Dio è ragione di tutto e regola infallibile, luce di verità. Dio si è manifestato nel suo Verbo fatto carne, reso visibile ai nostri occhi. In Gesù Dio si è manifestato ai nostri sensi esterni: ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (I Gv 1, 1).















Conclusione
Da queste poche righe possiamo concludere con il Dottore Serafico che tutte le creature del mondo sensibile «guidano l'animo del contemplante e del sapiente all'eterno Dio, poiché esse sono ombre, echi e immagine di quel primo Principio, potentissimo, sapientissimo, ottimo, di quell'eterna origine, luce e pienezza, di quella che io chiamo arte efficiente, esemplare e ordinatrice»[11]. Il mondo e le creature sono un grande «spettacolo posto dinanzi a noi perché ne cogliamo (afferriamo) la realtà di Dio»[12]. Ma a questo punto ci imponiamo una domanda: fin a che punto le creature riescono portarci a Dio? Per Bonaventura sembra ovvio che portino immediatamente a Dio. Ma dobbiamo considerare che lui ha vissuto in tempo di grande affermazione dell'esistenza di Dio, anche se in un tempo che cominciano a cercare le spiegazioni razionali di questa esistenza.
Ma in questo mondo vanificato, in questa nostra cultura odierna piena di relativismo e nichilismo, vi è il pericolo che al posto di portare a Dio, le creature ci portino lontani da lui. Come per mezzo dell'uomo tutto il creato ha subito la vanificazione del peccato, cosi l'opera di ristoro deve cominciare nell'uomo per arrivare a tutto il creato. Ma per cominciare quest'opera, l'uomo deve tornare alla natura nel senso positivo. Le creature, come già abbiamo detto, hanno la potenza di rivelare la bellezza, soavità e salubrità di Dio. Esse sono richiami alla fede nell'esistenza di Dio: i cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia la sua opera (Sal 18). Mentre le creature sono epifanie del Dio vivente, esse devono essere santificate (portate al recinto sacro) dallo stesso uomo che per mezzo di esse deve trovare il Tutto Santo. L'uomo usa la ragione ma non resta li, va oltre, arriva alla dimensione affettiva espressa nell'effettività della sua azione che cerca le creature non per esse, ma per il suo desiderio del Dio Creatore a cui esse portano a contemplare.
Tipico nel pensare francescano è la dimensione affettiva. Le passioni sono lette non come ostacoli per raggiungere la verità, ma potenze, se vengono ben guidate verso la Sorgente della bellezza d'ogni creatura. Senza la "passione della ragione" non si arriva alla verità, e se si arriva, non la si riconosce, e quindi non la si ama. Le passioni sono inclinate alla bellezza. Per arrivare alla sorgente bisogna distinguere la relatività della bellezza delle creature alla Bellezza del suo Artefice. Questo è il compito della ragione che deve indirizzare le passioni verso l'Assoluto. Viviamo nel mondo dell'uomo diviso, dove ogni parte deve essere al suo posto. Ma il contributo del francescano è quello di riaffermare la relatività. Questo non consiste in un relativismo, ma nel dire al mondo che esiste il relativo perché esiste un solo Assoluto.
[1] Bonaventura, Itinerarium, 517
[2] Bonaventura, Itinerarium, 517
[3] Per i filosofi, queste sostanze vengono chiamate Intelligenze, le quali hanno «l'ufficio di muovere i corpi celesti e quindi di presiedere al governo dell'universo, ricevendo però, dalla causa prima la potenza d'azione di cui si servono per mantenere le cose nel loro stato naturale».
[4] La potenza apprensiva è distinta in esterna (i cinque sensi) e interna (senso comune, fantasia, estimativa e memoria). L'anima riceve non la sostanza materiale del corpo, ma la loro immagine o species.
[5] Iammarrone, G., Studi Francescani, 291
[6] Bonaventura, Itinerarium, 517
[7] Bonaventura, Itinerarium, 519
[8] Bonaventura, Itinerarium, 519
[9] Bonaventura, Itinerarium, 519
[10] Bonaventura, Itinerarium, 521
[11] Bonaventura, Itinerarium, 525
[12] Iammarrone, G., Studi Francescani, 294